venerdì 19 settembre 2014

Earth shaped box

Prima di ogni altra cosa. Io ero Oceano. Ed insieme ero tutto ciò che vi nasconde nel suo utero. Ero acqua, ero terra, ero fuoco ed ero aria. Avevo in me la purezza di chi non ha la forma, la bellezza di chi sa essere l'unico specchio degno del cielo, l'anima di chi nasconde solo vita dentro sè.

Prima di ogni altra cosa. Io ero l'acqua. Profonda nera e misteriosa, che ti avvolge e ti trascina. Che stringe senza fare male. Che lascia liberi quando ci si lascia trascinare. Avevo in me i contorni astratti di chi non ha contorni e avrei potuto assumerli tutti, oppure nessuno. Avevo la libertà di chi non deve scegliere e avvolgevo la terra, l'abbracciavo e l'amavo. Mia unica figlia, mia unica madre, mia unica donna.

Prima di ogni altra cosa. Io ero terra. Forte sostenevo il peso dell'universo e imparai a danzare con il sole, a portare frutto. Ero terra gravida d'ogni frutto. Avevo in me la ricchezza di chi ha tutto. Avevo il dono magico delle donne - di regalare la vita.

Prima di ogni altra cosa. Io ero aria. Bellissima e leggera danzavo. M'insinuavo nelle rughe della pietra e tra le piume degli uccelli. La mia ricchezza era l'insostenibile leggerezza del mio essere. E del mio non essere. E ogni cosa che avrei voluto essere.

Prima di ogni altra cosa. Io ero fuoco. E protendevo le mie lingue verso l'alto. Sinuoso affascinavo l'universo intero. Avevo la ricchezza di chi, unicamente regala luce.

Ma prima di ogni altra cosa. Io ero tutto insieme. Non una cosa o l'altra, non una cosa e l'altra. Ma tutto insieme. Ero la potenza. Potenza di poter essere non essendo nient'altro che acqua. Ordine del mondo, silenzio cosmico, primitiva pace ed eterno e pacifico infinito.

lunedì 16 giugno 2014

Favole dell'eterno ritorno

Nel suo bel campo stava un bel fiore.  La faccia sempre rivolta al suo amato, il sole. Magnifico e fiero si nutriva dalla terra in cui affondava le sue radici e mai in tutta la sua vita aveva smesso di ammirare quella stupenda palla fuoco in cielo. Mai nessuna nuvola, mai nessun animale del cielo e della terra per quanto bello fosse, era riuscito a rubare il suo cuore. Lui apparteneva alla luce del sole, al suo calore, alla sua bellezza sconcertante.

Nel suo immenso e magnifico cielo stava il sole. Portatore di vita sulla terra. Tutte le creature del cielo e della terra erano innamorate di lui. Ogni serpente, ogni uccello, ogni insetto, ogni pianta. Tutto ciò che esiste e vive a lui dedicava i versi d’amore. Il gallo al mattino lo cantava, il serpente al pomeriggio se ne nutriva, gli uccelli al mattino volavano per lui come a fargli di sipario, le cicale mai si stancavano di cantarne la bellezza.

All’alba il girasole apriva i suoi petali e donava il petto al suo amato. Ma al tramonto, quando la luna era alta nel cielo e il sole stava per andarsene, lui diventava triste. I petali si chiudevano, la sua testa si abbassava. Sembrava quasi rannicchiarsi su se stesso dalla tristezza. Un’altra notte umida e fredda lo attendeva e il solo pensiero lo spaventava. 
Mio amato, ritornerai? 
Dove sei andato a finire? 
Mi hai lasciato qui tutto solo per un’altra notte. 
Ho paura che qualcuno possa strapparmi dalla terra, ho paura che qualcosa possa uccidermi. 
E se dovesse grandinare? 
Probabilmente non resisterei.
 Vorrei che tu non andassi mai via, senza di te non avrei vita. Mio amato, ritornerai?”.  
Il girasole disperato pensò che ormai non ci sarebbe stata più nessuna speranza e che il sole non sarebbe mai tornato.

Ma dopo la notte arriva sempre  l’alba. E i raggi del sole tornano a solleticare il girasole che aveva avuto paura del buio e aveva temuto che mai più avrebbe rivisto la luce. 
“Tornerò tutte le mattine. 
Ho solo fatto un giro…non ti ho lasciato da solo. 
Bisogna attraversare la notte per desiderare il giorno, bisogna provare il freddo per distinguerlo dal calore. 
Durante la notte potrebbe piovere, ma la pioggia non ti farà male. Ogni mattina tornerò, tu non temere.”


a Debora.
E non solo da parte mia.

sabato 3 maggio 2014

Penelope nelle sue stanze

aveva imparato il silenzio con cui tesseva trame d'attesa. Della sua bellezza tutta Itaca sentiva l'odore quando all'alba tinta di rosa lo scirocco s'insinuava nel suo letto attraverso le tende bianche e poi tornava fuori. Morbidi e profumati i capelli le cadevano sulle spalle bianche le quali facevano da base perfetta per il suo collo che tutti gli uomini avevano immaginato inarcarsi nudo di piacere, ma invano. Morbidi e profumati i capelli le contornavano il viso che descriveva dolci curve sotto le orecchie, tra il naso e gli occhi e all'angolo delle labbra che ogni uomo greco aveva immaginato durante il solitario sesso, ma invano. Le sue gambe si intravedevano grazie alla veste che diventava di colpo trasparente quando lei affacciandosi alla finestra scrutava l'orizzonte in attesa del suo uomo. Con movimenti decisi e con inaspettata forza muoveva il telaio e qualche volta piangeva. La quotidianità le donava sicurezza, la sua casa, il suo mare le davano tranquillità, per nessun motivo al mondo se ne sarebbe allontanata. La tana, come un utero materno, era tutto quello di cui aveva bisogno e nonostante nelle fantasie degli uomini lei apparisse come un corpo umido e tremante di piacere, in realtà nel silenzio della sua camera si raggomitolava in posizione fetale. Nonostante tutti la immaginassero urlare di piacere, cercava la pace che solo il silenzio poteva darle. Le sembrava che da quando aveva smesso di parlare ogni pensiero avesse trovato il suo posto nel disordine della sua mente e questo aveva trasformato la sua attesa più piacevole e meno tormentata. Mentre le sirene cantavano per possedere Ulisse, lei tesseva in silenzio per non farsi male. Tutti bussavano alla porta di Penelope, tranne il suo amato. E l'attesa durava da così tanto tempo che nemmeno possiamo immaginarlo. Quando riusciva a rimanere sola le piaceva immaginare il momento in cui lui sarebbe tornato, lei si sarebbe svegliata e all'orizzonte avrebbe visto la nave tornare a vele spiegate, sospinta dal vento che aveva portato a lui l'odore della sua bellezza. Avrebbe sorriso e solo a lui avrebbe ricominciato a parlare. E la sua voce, sebbene più debole del canto ammaliatore delle sirene avrebbe innamorato di nuovo Ulisse il quale sapeva bene che la donna più bella della Grecia gli sarebbe rimasta fedele per sempre.

domenica 27 aprile 2014

La lentezza della domenica mattina

Sebbene la mia vita sia stata sempre lenta, noto che ogni domenica prima di mezzogiorno il tempo si 
f e r m a i d u c e n d o m i a d a c c a s c i a r m i a c c a n t o a l u i.
punto.
Domenica mattina, il sole non splende sul cielo della mia città.

Rigrazio tutte le persone che stanno passando di qua, con la promessa di dedicare più tempo a questo spazio.

Torno lentamente al mio caffè.
Torno.

mercoledì 1 maggio 2013

La disintegrazione della persistenza della memoria.

(A Werner Karl Heisemberg)


Se tu smettessi di far casino, riuscirei anche a parlare.

Una voce nella mia testa ripete incessante "è tutto falso". 
Una voce nella mia testa ripete "è tutto". 
Una voce nella mia testa "è".

Il mondo che state creando è tutto falso, il mondo creato non v'appartiene e non siete capaci di guardarlo. Il mondo dentro non è quello vero, l'avete creato voi e non siete in grando di gestirlo. Le divinità che andate cercando vi hanno voltato le spalle, ma voi non potete vederle, tutto nell'universo ha un significato diverso ma voi non potete sapere. Peccatori e tracotanti andate cercando la perfezione, peccatori anche solo con la mente andate in cerca di redenzione. 

Una voce nella mia testa.
Una voce nella mia.
Una voce nella.

Gli orologi molli del tempo interno, ciò che è destinato ad avere sempre e per sempre durata soggettiva, mai una fine, densità relativa. La psiche umana come un serpente s'intreccia su se stessa e vi seduce come satana con Adamo. Vi guarda e vi sfida. E voi, sempre accettate. L'iconografia surrealista vi eccita a tal punto da riuscire a pensare da Orientale, da abbracciare religioni che non v'appartengono. "Perchè l'essere e non piuttosto il nulla?" urlavano i folli nelle camere dell'ospedale psichiatrico. 

Una voce. 
Una.

« Nell’ ambito della realtà le cui connessioni sono formulate dalla teoria quantistica, le leggi naturali non conducono quindi ad una completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo; l’accadere (all’ interno delle frequenze determinate per mezzo delle connessioni) è piuttosto rimesso al gioco del caso »



E il tempo girò su se stesso. Dio ricominciò ad esistere.

giovedì 16 agosto 2012

Ed invece.


Ho un dolore che non ti immagini, che blocca il respiro e annulla. C'è una resa nel mio cuore a ciò che mi uccide vergognosa. C'è poco che mi solleva, nulla. Il perchè non riesco mai a capirlo, ma è come se fosse lo stesso dolore da quando sono piccolo. Non ce la faccio più così, mi sento male.

Mi chiamo col mio nome, ho ventitrè anni. Li ho passati tutti a cercare una direzione, che non ho mai saputo quale fosse, fino a questo momento. Nessuno mi aveva detto che prima o poi sarebbe arrivato ed invece. 
Nodo alla gola, stomaco chiuso, sorrido meno. Qualcosa da qualche mese, m'appesantisce il respiro e il pensiero; l'anima mia si piega su se stessa, come se raggomitolarsi in quel modo la facesse scomparire per un pò. Ho un odore che è sempre lo stesso da quando sono piccola, ho provato mille volte a cambiarlo e quando me ne hanno dato la reale possibilità non ho voluto farlo più. La crescita è desiderare il cambiamento decisivo in ogni istante della propria esistenza fino al momento del rifiuto dello stesso. Anzi, la crescita è quel rifiuto. Mi getto in questo fiume come i cadaveri nel Gange, a peso morto lascio che il mio corpo venga trascinato, metto tutta me stessa nel divenire, tra uno stato di cose e l'altro, tra i paradossi della morte. Riempio spazi vuoti sulla superficie dell'acqua, come una mosca in pasto ai pesci.
Mio nonno mi regalò una giacca quando ero piccola, mi disse: "quando ti andrà bene, allora sarai grande e andrai via di qua"; nonostante abbia passato tutto il tempo ad aspettare il momento in cui dalle maniche sarebbero uscite le mie mani, in realtà non desideravo nient'altro che una giacca eternamente troppo grande.

sabato 11 febbraio 2012

la prima alba dell'Est

Cari lettori,
ho scomodato vecchi personaggi, di vecchie storie. L'ho fatto per non dimenticare, per tenere uniti i pezzi di un puzzle che credevo fossero andati persi. Qualcuno il realtà li ha accuratamente raccolti, mentre io impazzivo e buttavo tutto a terra, qualcuno ha raccolto quello che io avevo intenzione di perdere.
A te, amico mio. Fratello d'anima, e di occhi. 


Vincent alloggia nella camera 906, al nono piano. Sembra conoscerla da una vita quella città, eppure è solo un mese che abita lì. Gli piace spegnere le luci, affacciarsi alla finestra e farsi illuminare dai lampioni che punteggiano le strade. Quella luce arancione è di compagnia quando la vodka sta per finire. 
Silenzio in camera, sente la testa leggera ma non abbastanza da poter smettere di pensare. Sono le 3 del mattino e a Praga il sole sorge freddo: deve farsi strada lentamente tra le nuvole e i primi raggi, simili alle dita di una mano lunga e sottile fanno capolino tra le nuvole quasi come se con dolcezza volessero spostare quel grigiore. Ma ancora c’è tempo prima dell’alba e lui non ha sonno. Prende la sua felpa, esce dalla camera e si avvia verso l’ascensore.

Schiaccia il pulsante di chiamata.
Din don.
E’ già arrivato.
A quest’ora nessuno lo usa.
Entra e lo avvolge una luce biancastra.
Sente un rumore ovattato (è il rumore di tutti gli ascensori o è colpa della vodka?)
Appoggia le spalle allo specchio. -Quanto ci vuole per arrivare alla Hall?-
Silenzio.
Din don. Si apre la porta.
E’ nella Hall.

Si avvia verso l’uscita attraversando quell’enorme salone vuoto e silenzioso e quando si trova a cinquanta centimetri dalla porta principale, questa si apre e lui viene investito da uno sbuffo di aria fredda. Gli viene da ridere pensando che se ci fosse stata lei gli avrebbe sicuramente detto di coprirsi con la sua aria materna… e gli avrebbe anche dato la sua sciarpa tutta colorata. L’avrebbe tolta per dargliela e lui l’avrebbe indossata senza esitare un solo istante, perché così avrebbe respirato il suo profumo alla vaniglia.

Intanto è fuori e la porta si è chiusa alle sue spalle. Vaga per qualche minuto in cerca di un bar aperto per comprare un’altra bottiglia della peggiore Vodka in commercio nella Repubblica Ceca. Il suo albergo dista poco da un bar dimenticato da Dio. E’ strano perché c’è sempre pochissima gente e all’interno l’odore di tabacco si mischia con quello dei vari caffè serviti a poche corone. Ci sono dei tavoli di legno scheggiati e resi vecchi dalle incisioni di chi è passato da lì, i camerieri portano addosso un velo di rabbia e malinconia e una tv in un angolo remoto di tanto in tanto ha bisogno di incassare dei colpi per ricevere meglio il segnale. Ma è tremendamente bello il panorama che riesci a contemplare dalle vetrate: Ponte Carlo che unisce le sponde del fiume danzante, al di là del ponte si intravedono le  guglie nere del Palazzo Imperiale che si elevano come fiamme al cielo tra giochi di luce, non ci sono macchine a quest’ora e il rumore dell’acqua fa da padrone nel sublime scenario. 

L’est è freddo e malinconico. Ma ti rimane dentro. Un campanello suona appena lui apre la porta del locale e una donna anziana che spazza le briciole e i mozziconi di sigaretta buttati sul pavimento si gira verso di lui con aria seccata 

"Ma ha visto che ora è? Stiamo chiudendo!"
"Cercavo della vodka, una qualsiasi…"
"Ne dovremmo avere, ma la bottiglia non è piena"

Si avvia verso il bancone, si abbassa e prende una bottiglia. La porge a Vincent
"La prenda e se ne vada che è tardi e io vorrei tornare a casa!…su, via!"
Lui cerca delle corone in tasca per pagare ma lei lo ferma 
"Ha capito cosa ho detto? Vada…! Tanto ce n’è poca lì dentro e chissà da quanto non ne serviamo di quella roba…"
Vincent la fissa mentre lei lentamente torna ai suoi doveri. Poi si avvia all’uscita, tira la porta e il campanello suona di nuovo ‘Buonanotte!’ esclama. E dal fondo del locale arriva una grigia e piuttosto sforzata risposta ‘a lei!’.

Uscendo nota sotto l’insegna qualcuno che dorme con la testa appoggiata su un borsone, è difficile vedere il volto quanto capire se si tratta di un maschio o una femmina. Pensa che chiunque esso sia, di certo è arrivato a Praga da poco e di certo ha già visto il panorama migliore della città. Steso a terra con la faccia rivolta verso il ponte. 
Mette il cappuccio e torna verso l’albergo.

giovedì 5 gennaio 2012

Tutte le volte che ti conosco

"Il tabacco e le dita ingiallite. Come un rituale, il pizzicare dal pacchetto e il rollare con quelle cartine che ho visto da te per la prima volta. Come un rituale, parlare a raffica e fermarsi solo quando dobbiamo leccare la colla e chiudere la sigaretta. Come un rituale, ma non come un'abitudine. E se pure fosse l'abitudine, noi amiamo la routine, ci fa sentire sicuri.
Di solito i pensieri ce li mettiamo in ordine seduti in macchina, con le gocce di pioggia che danno un senso di freddo e umidità pesante. Di solito non riusciamo a fare ordine noi, per noi stessi. Quindi facciamo ordine noi, l'uno per l'altro. Quando ti leggo, mi torna la voglia di scrivere e quando ti parlo, mi torna la voglia di leggere. 
Io ti ho conosciuto un numero infinito di volte: la prima parlammo di libri, la seconda del mio soprannome e la terza volta parlammo di un giornale. L'ultima volta che ti ho conosciuto è stata stasera. In tutto quel tempo che è passato dall'incontro ai distributori di caffè fino a stasera, l'ho fatto altre n volte. E il sogno di cenare cinese ordinato al take away nello studio disordinato e tra le ceneriere ha i contorni che si definiscono sempre di più."

Mi fermo
lecco la colla della cartina
chiudo la sigaretta.

"Dammi l'accendino, che mi manca sempre qualcosa..."

sabato 3 settembre 2011

Ma che discorsi


"Se nel mondo non c'è amore faremo un altro mondo e lo circonderemo di mura massicce. E lo arrederemo con interni rossi e soffici. E gli forniremo un battaglio che suoni come il diamante caduto nel feltro di un gioielliere in modo che non lo sentiamo mai."

"Amami. Perché l'amore non esiste, e io ho provato tutto ciò che esiste"

mercoledì 31 agosto 2011

DA DA

. N 
SONO 
MAI 
        


       A
           BA
               STAN
                  ZA
PER
POTER ESSERE


qualcosa.


C'est ne pas DADA.
.

lunedì 22 agosto 2011

Press Play To Enjoy



Quando ti leggo decido di scrivere. Sogno sempre la stessa porta, sogno sempre protezione in luoghi più piccoli di me. Camere sempre più piccole, mura sempre più basse, posti sempre più nascosti. Sogno il desiderio di rimpicciolirmi, sogno l'avverarsi del mio desiderio. Sogno di portare con me poca gente, sogno tutte le paure che nella vita reale non ho mai visto da vicino. Silenzio, voglio riposarmi. Queste voci mi perseguitano. Paranoid Android. 
Signora della terra e delle creature dei laghi, dei fiumi e delle pozzanghere: liberami dai loro castelli di carta, liberami dalle catene che stringo intorno a me stessa senza amore per la mia pelle. Liberami dal tradimento e dalle bugie, liberami dalle parole. 

Ho una coda da pesce e delle branchie, 
respiro nell'abisso delle mie sinapsi. 
E annego. 

Ma non è dolce. Vaffanculo, Leopardi.

mercoledì 20 luglio 2011

Vendo Psiche

Ho venduto i miei pensieri. Li ha acquistati una televisione che trasmette reality 24h al giorno, una multinazionale che produce bibite frizzanti e dolci e qualcuno l'ho svenduto anche all'impresa dell'uomo più potente dello Stato. Adesso mi diranno loro cosa farne, tanto non ho mai saputo usarli. Leggevo una breve guida al suicidio proprio ieri, la cosa più semplice sembra proprio morire per avvelenamento, però non mi va proprio di ingozzarmi da Mc Donald's. Immagino la mia bara pesante per la troppa ciccia.

Sei impeccabile, figlia mia. La più bella e brava ragazza che abbia mai conosciuto, ti ho educata alla perfezione, sono fiera di te. Anzi, sono fiera di me. Ho fatto proprio un bel lavoro.
Pensa agli altri, pensa sempre agli altri. Pensa al loro giudizio, pensa di avere sempre gli occhi puntati addosso. Desidera l'invisibilità, desidera scomparire in ogni momento della giornata.

Il sesso è sempre stata la mia attività preferita anche se è difficile trovare qualcuno che duri più di mezz'ora, ci sono delle posizioni che proprio mandano il sangue al cervello agli uomini, basta così poco per farvi godere?

Stamattina ho fatto colazione col prozac. 
Cazzo, ma non era prozac.

lunedì 6 giugno 2011

Nessuno legge, perchè io non scrivo. Io non scrivo, perchè nessuno legge. Evidentemente interesso poco. Persino a me stessa.

sabato 7 maggio 2011

Quel tale dalla tela bianca

Mi raccontava storie di marinai:
"Ciurma! Siamo pronti a partire! L'esercito era composto da tre persone: timoniere, armatore, vedetta. Un uomo senza braccia, uno con la fobia dei colpi e uno miope. Raccontavano storie di tesori nascosti ed isole misteriose ma nessuno gli aveva mai creduto. Dicevano di essere sulla terra ferma da anni ormai, tutti e tre soffrivano di mal di mare così avevano deciso di bere thé in un bar inglese sul porto. Dalle vetrate del bar guardavano la loro nave ricoprirsi di muschio e vegetazione. Con gli anni la nave era diventata un albero di Baobab e offriva loro ombra nelle giornate estive di sole. I turisti erano attratti dall'albero galleggiante così pagavano a peso d'oro le visite in quella nave. Ogni volta i tre marinai inventavano una storia diversa per carpire la loro attenzione e le loro storie fecero il giro del mondo. Nell'arco di qualche anno gli imprenditori di tutto il mondo chiesero ai tre marinai di comprare i loro averi; li avrebbero pagati in contanti..."

"Ma un albero di Baobab" -io pensai- "non cresce sul mare! 
non è una storia vera quella che l'uomo dalla tela bianca mi voleva raccontare.
Inoltre un timoniere non può avere le braccia, 
di certo a quell'uomo gli si leggeva in faccia
che a cercare tesori nascosti non c'era mai stato
magari solo una volta
su un pedalò era andato.
E cosa vorrai dirmi sull'uomo che aveva paura di sparare?
Di certo quello non era un uomo di mare!
E la povera vedetta miope
era un uomo di stirpe etiope
troppo lontano non riusciva a guardare
così, i tesori dentro sé iniziò a cercare.
Le isole che tu dipingi
sono paesaggi che fingi."


Ma il tale dalla tela bianca continuava a disegnare
e di colpo, un Baobab galleggiò sul mare.

domenica 1 maggio 2011

Aurore poco auree

Disegni di pensieri si sfocano nella mia testa. Poche ore prima del sonno profondo, poche ore prima dell'alba, poche ore dopo un film che profumava di tabacco. Depongo le armi che non ho mai avuto e scrivo dalla cucina di un appartamento al secondo piano, sotto il ticchettio di un orologio che si sente più forte di quello della tastiera del mio computer. Immagini del passato tornano sulla punta della lingua, pronunciate di nascosto sotto forma di sorriso, sperando che lei non sappia niente, sperando che lei non le capisca. I sogni, quelli ti uccidono. L'innocenza dei tuoi movimenti nasconde il veleno della serpe più rara del mondo ma lui l'ha capito. Ti desidero, questo mi uccide. Osservo le tue labbra muoversi come quelle di un bambino e mi sento pervertita a pensarti mentre le porgi a me. Eppure lo faccio. La libertà ti fa paura, preferisci le strade a senso unico, tu risparmi energia. Come me del resto...è per questo che non ci incontreremo mai.
Vendono amor proprio in scatola? Non ne ho mai assaggiata di quella roba, mia madre da piccola mi propinava umilianti liofilizzati di umiltà così sono cresciuta senza altre vitamine. Assumerle tutte d'un tratto mi farà male?

Continuerai a farti scegliere?

sabato 9 aprile 2011

Holi, Hare Krsna

      

Una processione di piedi scalzi e scuri si muoveva. Dal santuario illuminato di tramonto, giù per le scale avvinghiate alla parete rocciosa. Un sinuoso serpente arancione. Passi lenti e silenziosi, labbra serrate, occhi bassi. I tramonti indiani sono più lunghi di quelli occidentali. Nessun rumore, nessun tipo di indifferenza. Nessun tubo di scarico a dissolvere l'immagine del sole. Nella parte più bassa della città si raccoglievano gruppi di gente, che dal piazzale del santuario parevano formare macchie di colore intorno al tempio. Vi erano donne e bambini vestiti di bianco col capo coperto, altri vestiti di arancione. Altri erano nudi e parevano macchie marroni, come la terra delle rive del lago Pichola. Holi, la festa del colore. Il tempio accoglieva la statua di Radha. Si innalzava come una fiamma verso il cielo, immagine della Shakti, energia femminile. Alle spalle della dea un'impalcatura permetteva ad alcuni uomini di raggiungere l'altezza della sua testa. In processione silenziosa protavano con sè otri di argilla, contenenti preghiere e liquidi.
La cermonia iniziò e da lì iniziò a scivolar giù il colore bianco, della sua carnagione. Ancora polveri chiare, mentre la gente ai suoi piedi univa le mani e abbassava il capo. Piangeva e pregava. L'arrivo dell'estate. La festa della primavera. Una pioggia di fiori di Ibisco cadeva giù, sulle spalle della dea, fino a toccare le persone inginocchiate ai suoi piedi: fiamme che spalancavano le loro braccia e le protendevano verso lei, come bambini che anelano il collo della madre.
Subito tra le preghiere, sulle labbra dei fedeli schiuse in un sorriso, cadde dell'acqua gialla. Come il sole del tramonto, a ricoprire la Dea. Poi il rosso, a scendere dalla fronte, aderendo alle linee del viso, giù verso gli occhi e poi tra gli zigomi e il naso. Giù verso angoli delle labbra fino a colorare anche gli uomini nudi. Adesso di quelli si vedevano solo i denti bianchissimi dei sorrisi che facevano alla dea. Alzavano la testa e le braccia e il petto verso di lei e ridevano tra le lacrime per l'arrivo di una nuova stagione. Holi, la festa del colore. Il passaggio dalla primavera all'estate. Dalle finestre del tempio il sole scompariva. Sul tetto di una casa le mani di un bambino facevano volare un aquilone nel cielo che sovrastava imponente le barche arenate sulle rive del lago. I fuochi dei pescatori a fine giornata, i vestiti bagnati e aderenti alle membra dei fedeli che ripetevano la stessa litania in segno di devozione. Con le mani unite raccoglievano l'acqua e la buttavano sul petto, raccoglievano l'acqua e la buttavano sul petto. Con le mani in preghiera abbassavano la testa e la portavano all'acqua, abbassavano la testa e la portavano all'acqua. Dai campi di grano alto le donne emergevano. Al tramonto per tornare alle case. Per benedire il raccolto, per pregare la Dea. Con le ceste sul capo, col volto coperto di colori forti e violenti. I ragazzini adunvano le vacche sacre e le riportavano nelle stalle. Per benedire gli animali, per pregare la Dea. Con il passo veloce e agile, i piedi scalzi, con la schiena nuda e sudata. Mentre la campagna riposava, gli altari della città si illuminavano ed accoglievano le ginocchia e il petti dei fedeli in preghiera.

Chiudo gli occhi. Respiro il colore degli Dei.

sabato 2 aprile 2011

Un uomo onesto, un uomo probo (trallalalla tralallallero)



Amore mio, ti scrivo questa lettera prima di compiere l'ultima follia d'amore per te. Lo sai, ti ho amato tanto, ho amato così tanto i tuoi occhi e i tuoi capelli da avere abbastanza amore per tutti e due. Ma tu non mi hai mai creduto, così ho pensato che portarti il cuore di mia madre sarebbe stata la prova più grande del mio cieco amore. A nulla valgono ora quegli sforzi e quel sangue, a nulla valgono le bocche affamate dei tuoi cani che sbranavano l'organo vitale della donna che mi ha messo al mondo. Gli occhi di mia madre mentre la uccidevo, e gli occhi di mia sorella e mio padre mentre costretti su una sedia guardavano quella scena. Ho dovuto uccidere anche loro per non andare in prigione, almeno non prima che tu avessi il cuore che cercavi. Le ho aperto il petto e ho strappato le sue budella, sangue arterioso mi sporcava le mani e il viso; che dolce gesto amore mio, che dolce gesto. A nulla valgono tutte le cose che ho fatto per te, volevi un'altra prova e l'avrai. Non ci sarò a vedere i tuoi occhi lucidi di fronte al mio corpo senz'anima, ma quella l'hai presa già tu molto tempo fa. Farò di tutto, dopo aver esaudito il tuo desiderio, per tornare a te.
Morirò contento, morirò contento e innamorato. A te nulla resterà: non il mio amore, non il mio bene. Ma solo il sangue secco delle mie vene. Sarò come una farfalla che muore nelle tue mani, che in un secondo smette di sbattere le ali e diventa grigia.
E mentre il sangue lento usciva e lui cambiava il suo colore, la vanità fredda gioiva: un uomo s'era ucciso per il suo amore. Fuori soffiava dolce il vento, (trallalalla tralallallero) ma lei fu presa da sgomento quando lo vide morir contento.

giovedì 10 marzo 2011

A - MAR - E

"Vieni qui, amore
ti insegno ad amare il mare."
"Ma il Re non vuole!"
"Rema fino all'orizzonte, fino a che
il cielo camaleonte diventerà mare.
Il Re non sa amare
perchè l'unica volta che ha visto il mare
non sapeva cosa significasse l'amore.
Se vedesse i tuoi occhi, amore
imparerebbe ad amare il mare."

martedì 8 marzo 2011

Cinismi mattutini

"Comunque l'amore passa
i sacchetti di plastica durano tipo per sempre.
Credo che la chimica stia cercando di dirci qualcosa ringuardo le nostre priorità."

To do list:
- Sotterrare il cadavere che ho nascosto in garage; prima o poi puzzerà e i vicini si insospettiranno.
-  Assumere nuovi nani da giardino: i miei erano stufi di starsene lì, se ne sono andati lasciando biancaneve da sola e da allora lei se la spassa, era stufa di preparare torte di mele.
- Raffinare tecniche e tentativi di volo.
- Raffinare i sentimenti.
- Pregare nostra signora del caos e della terra.
- Spararmi un colpo.
- Andare il mio funerale.


Amen

domenica 6 marzo 2011

La convalescenza

Strade punteggiate di arancione fanno da sfondo ai pensieri umidi della notte. Pressione bassa ma il cuore batte forte. Via da voi, che sapete dare giudizi come spilli nella pelle e sistemarli per bene in modo che ad ogni movimento possa sentirli. Cammino in attesa dell'alba. L'acqua delle fontane continua a scorrere e riesce a farmi scivolare addosso le vostre parole. Lei mi guarda, occhi freddi, contornati di pelle grigiastra. Sorriso di ghiaccio, lineamenti maschili. Mani sottili, gambe bellissime, fianchi dolcemente larghi, schiena bianca, collo delicato.  Capelli neri rasati sulle orecchie e  dreadlocks che  cadono sulla spalla appoggiandosi sul seno poco visibile a causa della felpa troppo larga. Il cappuccio inumidito dalla pioggia le fa ombra sulla parte superiore del viso. Le sue labbra non sono capaci di movimenti azzardati. Quando sorride sembra appoggiarti una lama fredda e lucente sul collo. Le sue mani non ti stringono ma ti bloccano. Non lasciano lividi.
Strano come ogni uomo voglia impartire lezioni agli altri. Tutto questo non mi appartiene. Siete solo schiavi di qualcosa di diverso, ma non siete liberi. Siete solo schiavi delle vostre congetture, ma non siete liberi.
Ieri bevevo dalle sue labbra. Domattina tornerò al cimitero, vi porterò dei fiori. Da quando ho smesso di dormire, sogno meglio.